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giovedì 1 maggio 2014

La Commissione europea rilancia le fonti fossili e frena le rinnovabili: un successo per le lobbies di gas e petrolio e una “Caporetto” per l’economia italiana

Lo scorso 9 aprile la Commissione Europea ha approvato le nuove “linee guida” sugli aiuti di Stato per il settore dell’energia e per l’ambiente (“Guidelines on State aid for environmental protection and energy 2014-2020”). L’atto varato dalla Commissione, frutto di un vero e proprio colpo di mano del Commissario spagnolo alla concorrenza Joaquín Almunia, si propone di esentare i settori produttivi maggiormente energivori ed inquinanti, spesso poco efficienti dal punto di vista energetico, dal contribuire al sostegno finanziario ai sistemi di incentivazione o di aiuto di Stato alle fonti rinnovabili, che andranno gradualmente a scomparire a partire dal 2016.
A beneficiare della misura, fortemente contrastata dal Comitato delle Regioni, saranno soprattutto i settori chimico, siderurgico, metallurgico, elettronico, petrolifero e del gas. Chi pagherà in loro vece? La risposta è contenuta nel titolo e nell’occhiello di un articolo pubblicato su La Stampa il 9 aprile scorso: “Commissione Ue esenta l’industria dal contributo a rinnovabili – Aiuti di Stato tedeschi estesi a tutti. Pagheranno i consumatori”. Chi perde e chi vince? A soccombere sono gli obiettivi di politica ambientale dell’Unione; a prevalere sono gli interessi delle potenti lobbies, che condizionano, fino a dettarle, le decisioni delle istituzioni europee. Su tutte, il cosiddetto “Gruppo Magritte”, in cui spiccano l’Enel e l’Eni.
Vediamo perché.
A partire dal 2016, e dopo aver testato le nuove procedure su una parte delle produzioni elettriche da fonte “green”, il prezzo dell’elettricità dovrà essere progressivamente garantito da meccanismi legati all’andamento del mercato. Con un’eccezione, però: in virtù dell’atto approvato dalla Commissione, le grandi utilities proprietarie di centrali termoelettriche, giovandosi della legalizzazione di quel meccanismo nient’affatto concorrenziale che va sotto il nome di capacity payment, vedranno riconoscersi sovvenzioni pubbliche in cambio di “sicurezza” per il sistema elettrico.
Una vera manna per le multinazionali (specie per quelle in perdita), i cui investimenti in impianti di produzione elettrica da fonti fossili tardano a “rientrare”, sia a causa del calo della domanda di energia determinato dalla crisi, sia perché costretti a far fronte alla concorrenza delle fonti rinnovabili (fotovoltaico in testa), che, con riferimento alla produzione di energia elettrica, hanno priorità di dispacciamento proprio nelle ore in cui si registrano i picchi di consumo.
La Commissione ha usato due pesi e due misure: amorevole e premurosa con i gruppi industriali dell’energia fossile e con la siderurgia made in Germany, per i quali l’atto ha effetto immediato e, di fatto, retroattivo; “matrigna” non solo con le fonti pulite e rinnovabili, ma anche e soprattutto con le imprese, che negli ultimi anni hanno scommesso sull’efficienza energetica per acquisire competitività sul mercato.
Sotto il profilo più squisitamente politico-giuridico, l’approvazione dell’atto da parte della Commissione presenta una seconda grave criticità: utilizzando il “cavallo di Troia” delle “linee guida”, che non necessitano di approvazione né del Parlamento né del Consiglio, e facendo leva sulle proprie prerogative di Autorità antitrust, i tecnocrati della Commissione hanno assunto decisioni, che incideranno pesantemente sulla politica ambientale, climatica ed energetica dell’Unione.
Il Parlamento continua, di fatto, ad essere espropriato della sua funzione legislativa, senza che il suo Presidente Schulz, oggi candidato del PSE alla Presidenza della Commissione, proferisca parola.
È tutto frutto del caso? Non proprio, visto che l’intera vicenda si sviluppa sull’asse Almunia-Schulz-Merkel.
A cantar vittoria è soprattutto la Germania, il cui Governo ha lungamente trattato con la Commissione affinché fosse fatto salvo il sistema degli aiuti di Stato alle industrie energivore, che la Merkel ha alimentato negli ultimi tre anni in strisciante violazione delle normative antidumping dell’UE e che ora viene di fatto legalizzato ex-post.
Per l’Italia è una disfatta politica, economica ed energetica in piena regola: sapientemente occultata dai protagonisti del nuovo corso renziano e relegata ai margini del dibattito in vista delle prossime elezioni europee.

ENZO DI SALVATORE
ENRICO GAGLIANO

giovedì 10 aprile 2014

Cosa importa all'Europa delle nostre riforme costituzionali

Nelle scorse settimane il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha incontrato alcuni leaders europei e ha illustrato loro il pacchetto di riforme costituzionali che il Governo vorrebbe far approvare dal Parlamento. Angela Merkel e François Hollande – ha dichiarato Renzi – si sono detti “colpiti” da tale proposito, perché “è il segno che l’Italia è pronta a fare la sua parte nel percorso di cambiamento in corso”: “come possiamo essere credibili a chiedere un’altra Europa se da trent’anni la discussione sul bicameralismo è sempre quella?”.
La domanda che occorrerebbe porre al Presidente Renzi è la seguente: “Cosa dovrebbe importare alla Merkel e a Hollande delle nostre riforme costituzionali?”. Non si capisce, infatti, perché dovremmo essere più credibili sul piano europeo se, dico per dire, il Governo italiano, anziché trovare una qualsivoglia soluzione alla corruzione dilagante e all’evasione fiscale, dichiari solennemente il proprio impegno a modificare il sistema parlamentare italiano e le relazioni che lo Stato intrattiene con le autonomie territoriali. Ciò, almeno, non è di immediata evidenza. È sufficiente, tuttavia, leggere il disegno di legge di revisione costituzionale approvato il 31 marzo in Consiglio dei Ministri per capirne il perché.
L’art. 114 della Costituzione, com’è noto, afferma che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” e che “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione”. Con questa dichiarazione – introdotta nel 2001 – si era inteso dire che l’autonomia degli Enti locali dovesse dipendere non più dalla legge dello Stato, ma dalla Costituzione; ciò avrebbe accordato agli Enti locali la possibilità di definire da se medesimi lo statuto, i poteri e le funzioni. Tale autonomia, tuttavia, conosceva taluni temperamenti, ricavabili dalla stessa Carta costituzionale, in quanto l’art. 117, comma 2, lett. p) attribuiva allo Stato la competenza a disciplinare con legge gli “organi di governo” e le “funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane”.
Il testo licenziato ora dal Governo tenta di far rientrare dalla finestra quello che si era voluto buttare fuori dalla porta: il disegno di legge costituzionale vorrebbe, infatti, affidare al Parlamento la competenza ad intervenire con legge in materia di ordinamento locale tout court. La qual cosa finirebbe per ridurre di molto l’autonomia costituzionale degli Enti locali, fino al punto da vanificarne la stessa essenza.
Guardiamo a quel che accade sul fronte delle relazioni dello Stato con le Regioni. Circa il nuovo riparto delle competenze legislative, il disegno di legge del Governo attribuisce nuove materie in capo allo Stato: oltre a riconfermare nelle mani dello stesso l’ambiente e l’ecosistema, l’art. 117 della Costituzione affida al Parlamento anche la competenza esclusiva sui beni culturali e paesaggistici, sulle norme generali sulle attività culturali, sul turismo, sull’ordinamento sportivo, sulla produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, sulle norme generali sul governo del territorio, sulle infrastrutture strategiche. Se si provasse a fare un “mix” tra tutte queste “materie”, si comprenderebbe chiaramente quale sia l’obiettivo perseguito dal Governo: dare il via libera alla realizzazione delle c.d. “grandi opere”, comprese quelle controverse e contestate soprattutto dalle collettività locali. Si pensi al MUOS in Sicilia o ad Ombrina mare in Abruzzo.
A cosa serve, dunque, ricondurre in capo allo Stato la competenza legislativa su tali “materie”? Ad evitare che le Regioni possano legiferare sulle stesse e a far saltare le garanzie che la Corte costituzionale aveva individuato in favore delle autonomie territoriali. Mi limito a considerare la materia energetica. Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito l’energia alla competenza concorrente dello Stato (chiamato a stabilire i principi fondamentali) e della Regione (chiamata a disciplinare il dettaglio), la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia energetica in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. Con il disegno di legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà, invece, meno. L’intesa della Regione, infatti, si configura come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé la competenza sulla materia energetica. Detto altrimenti: la competenza sull’energia è – secondo la Costituzione vigente – dello Stato e della Regione ad un tempo. Esigenze di carattere unitario – collegate a ragioni di politica economica nazionale – impongono, tuttavia, che solo lo Stato provveda in materia. Questa decisione – perché possa ritenersi legittima – impone che le Regioni (e anche gli Enti locali) siano coinvolti nei processi decisionali. Se passerà il pacchetto delle riforme tale coinvolgimento non sarà più costituzionalmente necessario.
Ma non è tutto. Il testo licenziato dal Governo stabilisce, inoltre, che “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie o funzioni non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica della Repubblica o lo renda necessario la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale”. In questo modo, come si vede, nessuna delle materie di competenza regionale resterà immune dall’intervento statale. Lo Stato potrà intervenire sempre, in ogni tempo, solo perché magari il Governo avrà valutato che l’esercizio della competenza legislativa della Regione possa compromettere la realizzazione di taluni (non meglio precisati) “programmi”.
Ecco, mi pare abbastanza chiaro perché la Merkel e Hollande dichiarino di essere favorevolmente “colpiti” dalle riforme di Renzi. Perché tali riforme vanno esattamente nella direzione da loro auspicata ovvero tendono a rimuovere tutti quei lacci e lacciuoli, che si frappongono ad una rapida e unilaterale decisione dello Stato (indotta, magari, da una “richiesta” dell’Europa). Lacci e lacciuoli che in altri tempi, e con una parola sola, si sarebbero chiamati “democrazia”. Ma, se così fosse, allora qualche dubbio di compatibilità del disegno di legge con il principio fondamentale di garanzia (sostanziale) dell’autonomia recata in favore degli enti territoriali ex art. 5 Cost. andrebbe seriamente posto.


ENZO DI SALVATORE