venerdì 6 gennaio 2012

Il potere di Luigi XIV secondo Roberto Rossellini

C’è un lato niente affatto trascurabile e solo apparentemente secondario dell’assolutismo dell’Ancien Régime, che è stato posto in luce con maestria e dovizia di particolari da Roberto Rossellini nel film “La presa del potere da parte di Luigi XIV”. Girato nel 1966 in 16 mm per la tv francese e presentato fuori concorso nello stesso anno alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film si apre con la morte del cardinale Mazzarino e con il dichiarato intento del Re di voler governare da solo. Un autentico colpo di Stato, secondo l’interpretazione resa da alcuni storici: il Re estromette la Regina madre e i principi di sangue dalla gestione del potere; fa arrestare il sovrintendente alle finanze Fouquet; decide di lasciarsi affiancare dal solo devoto Colbert. E il 6 maggio del 1682 trasferisce la sua Corte presso la Reggia di Versailles. Qui, nel significato dispregiativo che oggi si tende ad attribuire alla parola, il nobile diviene “cortigiano”: segue il Re ovunque, lo assiste, lo veste, ha il privilegio di servirgli il pranzo e si inchina al passaggio della carne che mangerà.
L’opera di Rossellini è senz’altro didattica, ma non didascalica. Almeno non nella messinscena. Rossellini non si propone certo di descrivere le cose per quel che sono, ma per quel che rappresentano; di modo che – come è stato detto da E. Bruno – il film assume a tratti “il senso di una metafora”. In breve: il regista intende elevare la Storia a “problema”. Al centro del film stanno l’esercizio e la conservazione del potere, espressi attraverso la forza liturgica dell’etichetta e del cerimoniale di Corte (come, del resto, ha ampiamente dimostrato N. Elias nel volume “La società di Corte”). Non si tratta di comprendere se il film sia di per sé un documento storico (perché, in questo senso, ogni film lo è per definizione), ma di capire se esso possa ambire a qualificarsi come storico. Tutto è raccontato in funzione di questa logica, allo scopo di mostrare come il sistema introdotto da Luigi XIV, lungi dal costituire un vano spettacolo carnascialesco, miri al conseguimento di un obiettivo ben preciso: dominare la nobiltà, confinandola a Versailles e legandola, in questo modo, a sé. Un progetto, questo, che non sa risparmiare neppure il Re, in quanto egli non può sottomettere gli altri senza sottomettere ad un tempo se stesso. Ed è un tratto forse del tutto ovvio del potere, e cioè del suo esercizio: lo ha scritto M. Foucault, lo ha ribadito R. Barthes e lo ha ricordato, seppur indirettamente, anche D. Zolo nel suo ultimo libro “Sulla paura”, citando alcune illuminanti parole di G. Ferrero.
Luigi XIV non può aver speranza di distrarre il nobile dagli affari del Regno, interessandolo ad una moda costosa e sontuosa, senza che anch’egli si sottometta ad una moda del tutto grottesca ed eccessiva. È necessario, dunque, che anche il Re si faccia mezzo, strumento perché il potere si conservi intatto. Per questo Rossellini ha premura di sottolineare come vi sia assoluta identità tra il Re (Sole) e la Storia e, però, assoluta distanza tra il Re (Sole) e Luigi XIV. In questo senso, la scelta di lasciar interpretare Luigi XIV a Jean-Marie Patte, un attore non professionista, non può dirsi certo casuale: questi non ricorda le battute; ha lo sguardo fisso nel vuoto; non sa interagire con gli altri personaggi del film.
Eppure Patte, che non sa recitare, conferisce involontariamente al Re una encomiabile attitudine: quella di saper recitare benissimo la propria parte. Fino alla scena con cui il film si chiude, quando il Re è finalmente se stesso: Luigi XIV è solo nella sua stanza, legge La Rochefoucauld e medita su una massima dello scrittore francese: “le soleil ni la mort ne se peuvent regarder fixement”. È unicamente in questo momento che il potere assume un volto “umano”.

ENZO DI SALVATORE

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