mercoledì 16 luglio 2014

Lettera dalle Isole Canarie al Coordinamento Nazionale NO Triv

Salve a tutti e tutte,
vi scrivo da una delle terre più lontane e periferiche della geografia europea, le Isole Canarie. Purtroppo per motivi logistici non siamo riusciti ad essere presenti a questo importante incontro, a cui ci avete molto gentilmente invitato.
Anche noi alle Canarie ci troviamo molto gravemente minacciati da progetti petroliferi. Difficile raccontarvi in poche righe la nostra vicenda (potete trovare un ottimo riassunto nella pagina www.savecanarias.org[1], anche in versione italiana, che vi invitiamo a sottoscrivere, e continui aggiornamenti della situazione nella pagina facebook Save Canarias[2] o, in italiano, Difendiamo le Canarie dal Petrolio)[3].
Da noi il progetto di Repsol, nella sua assoluta inopportunità, viene portato avanti malgrado il rifiuto da parte delle principali istituzioni locali e regionali, oltre all’opposizione di partiti, organizzazioni ambientaliste e associazioni cittadine di tutti gli ambiti e livelli. Per fermare le trivellazioni non sono bastate le protezioni ambientali più rigorose di ambito nazionale e internazionale, il rischio sismico inerente alla zona, la particolare problematica della fornitura di acqua potabile (desalinizzata al 100% nelle isole circostanti, abitate da 250.000 persone, le quali potrebbero restare senza approvvigionamento idrico da un giorno all’altro), l’estrema profondità a cui si vuole operare (sotto uno spessore d’acqua di 1.500 metri e con più di 6.000 metri di perforazione sotteranea), l’allarme della comunità scientifica internazionale o le avvertenze delle più importanti federazioni turistiche di mezza Europa, che inviano in loco quasi 12 milioni di turisti all’anno.
Sulle isole c’e stata una mobilitazione costante, e un mese fa sono scese in piazza oltre 200.000 persone, nelle manifestazioni più importanti mai registrate nella storia delle Canarie; ma il rifiuto più assoluto da parte della popolazione non è bastato a far cambiare idea al partito di governo in Spagna che promuove imperturbabile il progetto, insensibile perfino ai più elementari calcoli elettorali. Racconto tutto questo per darvi un’idea delle forze che abbiamo contro: una sola impresa (forse però grazie all’impulso che le viene da un intero sistema basato sui combustibili fossili) riesce a liquidare tutti questi argomenti a cui ci appelliamo in nome dell’interesse comune. Oggi 11 luglio scopriamo con orrore che l’autorizzazione ministeriale per l’inizio effettivo dei lavori arriverà in pochi giorni.
Noi lottiamo contro questa minaccia da tredici anni, e solo ora sembra sorgere poco a poco il germe di un movimento coordinato a livello nazionale, in una collaborazione tra le associazioni cittadine che si oppongono alle trivellazioni e le organizzazioni ecologiste permanenti. Ci sembra chiaro che un lavoro coordinato sarebbe molto più fruttifero: io spero che con questo incontro possa gettarsi il seme di una coordinazione ancora più ampia, che tenti di salvare il nostro patrimonio comune europeo finché è possibile.
A livello politico è sorto lo scorso 9 luglio all’interno del Parlamento europeo un gruppo di lavoro il cui obiettivo è fermare i progetti di trivellazioni alle Canarie e nel Mediterraneo, stimolando al contempo il passaggio a un nuovo modello energetico[4]. Cinque forze politiche spagnole compongono per ora questo gruppo di lavoro, ma l’intenzione sarebbe quella di integrarvi altre forze politiche internazionali con interessi comuni. Il gruppo è stato promosso ed è ora coordinato dall’Oficina de Acción Global, l’ufficio del governo isolano di Lanzarote specificamente dedicato alla lotta contro le trivellazioni e alla promozione di un nuovo modello energetico. Vi trasmetto l’invito, su richiesta di quello stesso ufficio, a prendere parte all’iniziativa, incoraggiando eventualmente i vostri rappresentanti politici ad entrare in contatto con il gruppo di lavoro  (l’indirizzo email di riferimento è in nota a pie’ di pagina)[5]. Consideriamo vitale lo sforzo rivolto a un’azione di ambito comunitario: le prossime riunioni del gruppo di europarlamentari coinvolti sono previste per settembre 2014.
Da parte nostra cerchiamo di seguire quello che succede in Italia sul piano dello sfruttamento del petrolio e dello sviluppo delle energie rinnovabili, ma troviamo spesso difficoltà a rintracciare informazioni attendibili, spesso per disinteresse o faziosità dei media mainstream. Credo che sarebbe necessaria una circolazione maggiore dell’informazione, anche a livello divulgativo, affinché tutti i dibattiti affrontati non restino patrimonio degli specialisti e degli attivisti, ma vengano messi attivamente a disposizione dell’opinione pubblica più generale.
Non vorrei dilungarmi oltre. Vi ringrazio molto per la vostra attenzione e spero di aver l’opportunità di incontrarvi di persona in qualche prossima occasione. Assieme al mio personale appoggio, vi porto i saluti e il più caloroso incoraggiamento da parte degli attivisti contro le trivellazioni nelle isole Canarie.

Eliana Cabrera
(Difendiamo le Canarie dal petrolio)





[1] Web informazione/adhesioni (anche in italiano): www.savecanarias.org.
[3] Facebook aggiornamenti (italiano): https://www.facebook.com/pages/Difendiamo-le-Canarie-dal-petrolio/125614247571354?fref=ts.
[4] Link alla notizia: http://www.cabildodelanzarote.com/tema.asp?sec=Noticias&idCont=13050&idTema=17.
[5] Email Oficina de Acción Global (Ezequiel Navío): oag1@cabildodelanzarote.com.

martedì 15 luglio 2014

Lettera di SYRIZA al Coordinamento Nazionale No Triv



Di seguito il testo della lettera inviata da SYRIZA al Coordinamento Nazionale No Triv in occasione
del Convegno su "Difesa dei Beni Comuni e revisione della Costituzione" (Crotone, 12-13 luglio)



Carissime amiche e carissimi amici,

i governi dei Memorandum hanno disegnato un modello dello sfruttamento della nostra ricchezza minerale che garantisce solo profitti alle multinazionali, riducendo loro la tassazione al 25% e aumentando enormemente le dimensioni delle zone a loro concesse (Block), mentre viene preclusa la partecipazione dello Stato nelle joint venture e nei consorzi. Perfino la scelta delle società che dovranno scoprire ed estrarre le future risorse energetiche passa attraverso procedure opache e per niente trasparenti e prive di qualsiasi efficace controllo pubblico.
I governi greci di Papandreou, Papadimos e Samaras cercano di utilizzare in modo mediatico le supposte risorse energetiche creando false aspettative nei cittadini e costruendo teorie e opinioni su enormi risorse di idrocarburi non fondate su basi scientifiche ma su stime. L’unico loro scopo è di ingannare i cittadini mentre concedono alle multinazionali, con procedure abbreviate fast track e da organismi non istituzionali, interi pezzi del paese che permettono una vera e propria rapina delle eventuali risorse che saranno scoperte.
Intanto il partito socialista PASOK, che ha distrutto il nostro paese con i Memorandum, propone di investire i futuri profitti derivanti dalla gestione degli idrocarburi nei fondi per le pensioni, cercando di guadagnare il consenso della gente sull’arrembaggio delle multinazionali, mentre Papandreou e Venizelos con le loro politiche hanno ridotto le pensioni costringendo alla fame milioni di pensionati.
SYRIZA crede che la partecipazione pubblica nel settore energetico sia di primaria importanza e lotta contro la svendita delle aziende pubbliche di settori di importanza strategica. Dopo dodici anni di inerzia criminale i governi di PASOK e Nuova Democrazia offrono, a condizioni neocoloniali, alle multinazionali block per la scoperta di riserve energetiche, rifiutandosi di controllare i consorzi, di votare leggi per proteggere l’ambiente e i lavoratori e di tassare le multinazionali.
Non abbiamo pregiudizi contro lo sfruttamento delle risorse energetiche e specialmente quelle sotterranee, ma deve essere chiaro che non si possono sacrificare le persone e l’ambiente per alimentare l’avidità delle multinazionali.
La Grecia e il Sud Europa non devono diventare l’Eldorado delle multinazionali degli idrocarburi. Le risorse energetiche appartengono ai nostri popoli e devono essere gestite da loro, per loro e per il loro benessere. Non si tratta solo dei costi e benefici economici, ma di un’idea per la nostra vita e di un nuovo tipo di sviluppo ecosostenibile per uscire dalla crisi.
Per questo guardiamo con estremo interesse ed attenzione al vostro incontro nazionale no triv, convinti della necessità di un'azione sinergica, europea e mediterranea della società civile, dei movimenti, delle associazioni e dei cittadini, per contrastare lo sfruttamento dei nostri comuni territori attraverso pratiche politiche condivise nell’ottica di una nuova idea di convivenza con la natura.

Nikos Georgakakis

(Coordinatore Dipartimento Politica Energetica SYRIZA)

lunedì 30 giugno 2014

Alcune osservazioni sulla proposta di referendum sul pareggio di bilancio

A)

L’art. 75, comma II, Cost. stabilisce che “non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.
Il primo motivo di inammissibilità potrebbe riguardare il fatto che la legge n. 243/2012 è, appunto, una legge in materia di bilancio. Entro questa categoria, sottratta al referendum, vanno, infatti, ricomprese tutte le leggi di cui all’art. 81 Cost.: quindi, ad es., non solo la legge di approvazione del bilancio, ma – in ragione della modifica costituzionale introdotta – anche la legge n. 243/2012 (cfr. Corte cost., sent. n. 2 del 1994).
Il secondo motivo di inammissibilità – collegato ad un limite implicito – sarebbe dato dal fatto che la legge n. 243/ 2012 potrebbe essere intesa quale legge a contenuto costituzionalmente vincolato (ossia quale legge che nel suo nucleo normativo contiene l’unica disciplina possibile richiesta dalla Costituzione) ovvero quale legge costituzionalmente obbligatoria (ossia quale legge che, pur rappresentando anch’essa attuazione di una previsione costituzionale, non costituirebbe l’unico modo di attuazione di quella data previsione costituzionale). In quest’ultima evenienza, tra l’altro, sarebbe ancor più evidente il carattere manipolativo della richiesta referendaria (sottoposta a stringenti limiti), atteso che con essa ci si propone di trasformare – nei fatti – il referendum in un indirizzo politico al Legislatore.
Il terzo motivo è quello evocato da Alfonso Gianni, anche se, personalmente, è proprio quello che mi convince meno. Nella sentenza n. 88 del 2014, la Corte ha qualificato la legge n. 243/2012 quale “legge “rinforzata”, in ragione della maggioranza parlamentare richiesta per la sua approvazione” (con la precisazione che “essa ha comunque il rango di legge ordinaria e in quanto tale trova la sua fonte di legittimazione – ed insieme i suoi limiti – nella legge cost. n. 1 del 2012, di cui detta la disciplina attuativa”). A mio parere la legge n. 243/2012 non si configura quale legge “rinforzata” e, dunque, in questo senso “atipica” (secondo l’insegnamento di Vezio Crisafulli, per il quale, in casi siffatti, a identità di forma non vi sarebbe identità di contenuto).
Una legge ordinaria, infatti, può essere considerata “rinforzata” quando, pur essendo approvata con la consueta maggioranza prevista per leggi ordinarie (maggioranza semplice), sia circondata in Costituzione da una serie di condizioni “esterne” al procedimento legislativo: come accade ad es. per le leggi di disciplina dei rapporti dello Stato con le confessioni religiose diverse dalla cattolica, che, approvate a maggioranza semplice, devono essere precedute da un’intesa con le relative rappresentanze (art. 8 Cost.). Qui, invece, siamo in presenza: 1) di una legge che deve essere approvata a maggioranza assoluta (quindi il rafforzamento è “interno” al procedimento legislativo); 2) quindi: di una (nuova) legge, il cui contenuto è, in relazione ai principi fondamentali, disciplinato dalla legge costituzionale. D’altra parte, nessuno ha mai sostenuto che la legge costituzionale (art. 138 Cost.) sia una legge ordinaria “rinforzata” solo perché il suo procedimento di approvazione risulti diverso da quello previsto per la legge ordinaria. Ad ogni modo – volendo restare all’orientamento espresso dalla Corte – la qualificazione di tale legge come “rinforzata” finisce per rendere inammissibili anche da questo punto di vista i quesiti referendari. 
  

B)

In relazione al quesito n. 1: la proposta di abrogazione della parola “almeno” sembra superflua, in quanto dalla normativa di risulta non discenderà automaticamente che il principio di equilibrio dei bilanci si consideri rispettato unicamente qualora si assicuri il conseguimento dell’obiettivo a medio termine ovvero se il saldo strutturale risulti esclusivamente pari all’obiettivo a medio termine. Abrogare vuol dire sì disporre diversamente, ma non al punto da ricavare dalla disposizione un significato normativo specifico, quando la stessa disposizione resti passibile di interpretazioni ulteriori.

In relazione al quesito n. 2: la legge n. 243/2012 consente di ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni finanziarie unicamente per fronteggiare “eventi straordinari, al di fuori del controllo dello Stato, ivi incluse le gravi crisi finanziarie nonché le gravi calamità naturali, con rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria generale del Paese”. Il problema sarebbe dato dal fatto che il ricorso a questo tipo di indebitamento non sarebbe possibile al di fuori di tale ipotesi; dunque, non qualora si versasse in periodi di grave recessione economica. Il rilievo dei promotori del referendum mi pare in via di principio condivisibile, atteso che lo stesso Fiscal Compact dà una definizione (più ampia) di cosa debba intendersi per “circostanze eccezionali”: “eventi inconsueti non soggetti al controllo della parte contraente interessata che abbiano rilevanti ripercussioni sulla situazione finanziaria della pubblica amministrazione oppure periodi di grave recessione economica ai sensi del patto di stabilità e crescita rivisto, purché la deviazione temporanea della parte contraente interessata non comprometta la sostenibilità del bilancio a medio termine”. La proposta dei promotori del referendum è, pertanto, quella di abrogare l’art. 4, comma 4, della legge, ove si dice: “Fatto salvo quanto previsto dall’art. 6, comma 6, non è consentito il ricorso all’indebitamento per realizzare operazioni finanziarie”. Ora, al di là di ogni altra considerazione che potrebbe effettuarsi – visto che la deviazione temporanea non può comunque compromettere la sostenibilità del bilancio a medio termine – mi limito ad osservare che l’abrogazione dell’art. 4, comma 4, della legge non comporta che sia altresì abrogato l’art. 6, comma 6; il raggiungimento dell’obiettivo dei promotori avrebbe, infatti, chiesto che il quesito referendario venisse esteso anche alle parole “straordinari”  e “lettera b)” contenute all’art. 6, comma 6: il che non è avvenuto. 

In relazione al quesito n. 3: l’art. 8, comma 1, della legge n. 243/2012 impegna il governo a verificare se vi sia uno scostamento negativo del saldo strutturale “pari o superiore allo scostamento considerato significativo dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli accordi internazionali in materia”. La proposta dei promotori del referendum è quella di abrogare il riferimento agli accordi internazionali in materia, sul presupposto che né il Fiscal Compact, né l’art. 97, comma 1, Cost. prescrivono una conformità di questo tipo. Faccio presente che: 1) qualora vi fossero già accordi internazionali in materia, l’abrogazione di tale inciso non autorizzerebbe a disattendere gli accordi conclusi, in quanto, se così fosse, si determinerebbe una violazione degli obblighi assunti sul piano internazionale (l’art. 117, comma 1, Cost. richiede, tra l’altro, che la potestà legislativa dello Stato si eserciti (anche) nel rispetto dei vincoli che discendono dagli obblighi internazionali); 2) qualora non vi fossero accordi internazionali in materia, lo Stato potrebbe comunque stringerli in futuro, posto che l’art. 97, comma 1, Cost. afferma che “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico”, senza con ciò precisare – come invece sostengono i promotori del referendum – che detta coerenza debba esserci “soltanto” con l’ordinamento dell’Unione europea. Da dove lo hanno dedotto? 

In relazione al quesito n. 4: con esso si propone di abrogare l’art. 3, comma 2, della legge n. 243/2012, ove si prescrive che “L’equilibrio dei bilanci corrisponde all’obiettivo a medio termine”. Secondo i promotori, questa regola non sarebbe imposta né dalla Costituzione, né dal Fiscal Compact. Vero è che l’art. 97, comma 1, Cost. prescrive che le pubbliche amministrazioni assicurino l’equilibrio dei bilanci senza che, dunque, vi sia alcun collegamento con l’obiettivo a medio termine, ma è pur vero che la stessa disposizione costituzionale rinvia a quanto stabilisce in materia l’Unione europea. E da questo punto di vista – sebbene la sua natura giuridica possa essere discussa (un “trattato internazionale di diritto para-europeo”, così lo definiscono i promotori) – il Fiscal Compact prescrive: 1) che “la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”; 2) che tale regola “si considera rispettata se il saldo strutturale annuo della pubblica amministrazione è pari all’obiettivo di medio termine specifico per il paese, quale definito nel patto di stabilità e crescita rivisto; 3) che ogni intervento volto a rendere più flessibile la regola stessa è affidato alla competenza della Commissione europea, che definisce il quadro temporale perché gli Stati assicurino “la rapida convergenza verso il loro rispettivo obiettivo di medio termine”, tenendo conto dei rischi specifici del paese sul piano della sostenibilità. È ad essa, dunque, che spetta valutare globalmente i progressi verso l’obiettivo di medio termine e il rispetto dello stesso, non certo allo Stato membro.

Per queste ragioni – di legittimità e di merito – ritengo non sia opportuno sostenere i quesiti referendari. Credo, invece, che sia assolutamente urgente promuovere una campagna politica di opposizione alla revisione costituzionale come immaginata dal Governo Renzi, anche al fine di evitare che sia approvata a maggioranza qualificata, in modo da consentire, invece, che sulla stessa possa celebrarsi il referendum costituzionale (art. 138 Cost.). Sarebbe non già una battaglia di retroguardia, ma una battaglia di civiltà.

Enzo Di Salvatore

giovedì 12 giugno 2014

La revisione costituzionale del Governo Renzi: come uccidere la democrazia in Italia

L’epurazione di Corradino Mineo dalla Commissione Affari Costituzionali è solo l’ultimo segnale del modo in cui il Governo intende procedere alla revisione costituzionale: con la tracotanza di chi non ammette critiche e osservazioni, né esterne né interne.
Se è già un’anomalia politica che sia il Governo e non il Parlamento a incaricarsi della revisione costituzionale, è allarmante il fatto che siano già due i senatori sostituiti in Commissione perché pretendevano di discutere il testo che l’Esecutivo intende evidentemente blindare.
Ancor più gravi le reazioni della ministra Boschi e del premier Renzi all’autosospensione di altri 13 senatori seguita all’epurazione di Mauro e Mineo: non si accettano veti e si procederà comunque senza di loro.
Ma in che cosa consistono queste sbandierate RIFORME, presentate dai media come uno scatolone vuoto, e che Renzi continua a garantire ai partner internazionali da quando è diventato premier? Si tratta in buona sostanza, come spieghiamo nel testo che segue, di un depotenziamento delle Regioni e del Senato a vantaggio del Governo, o meglio dell’attuale “governo del fare”; un vero “cavallo di Troia” per consentire i tanto invocati “investimenti stranieri”, ossia la realizzazione in Italia di progetti che minacciano i nostri territori, a cominciare da quelli petroliferi, su cui negli ultimi tempi è partita un’offensiva mediatica, e impedire che i territori possano avere voce sulla realizzazione di “infrastrutture strategiche”, denominazione sotto la quale si potranno far rientrare dalla finestra progetti di “grandi opere” che enti territoriali e cittadini hanno cacciato dalla porta.

*****

Il disegno di legge di revisione della Costituzione  presentato dal Governo Renzi interviene su due questioni principali: il bicameralismo e l’assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni.
Quello che il Governo si propone di fare è privare la Seconda Camera della possibilità di accordare e revocare la fiducia al Governo, nonché di votare il bilancio dello Stato, e concentrare, essenzialmente, l’attività legislativa nelle mani della sola Camera dei deputati, posto che in futuro il Senato potrà proporre sì modifiche ai progetti di legge, ma la Camera dei deputati potrà sempre non conformarsi ai suggerimenti da esso elaborati.
Evocare un ruolo di garanzia e controllo per la Seconda Camera – come auspica Stefano Rodotà – al fine di scongiurare che il Senato sia “condannato all’irrilevanza” – evidentemente non basta. La riforma della Seconda Camera e la riforma del Titolo V della Costituzione sono, infatti, tra loro strettamente collegate: alla perdita di competenza che le Regioni subirebbero non si individua alcun serio rimedio, atteso che una loro effettiva partecipazione alla legislazione dello Stato in seno al Senato sarebbe di ben poco rilievo.
In questa prospettiva, inaccettabile è, allora, la riforma dell’assetto delle competenze legislative proposto dal Governo, in quanto essa andrebbe in ogni caso a vantaggio dello Stato, decisore unico delle sorti dell’ordinamento locale, dei beni culturali e paesaggistici, delle norme generali sulle attività culturali, del turismo, della produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia, delle norme generali sul governo del territorio, delle infrastrutture strategiche, solo per fornire alcuni esempi.
La ragione che si intravede dietro la proposta avanzata è quella di impedire che le Regioni possano legiferare su tali materie. Con buona pace di talune garanzie che la Corte costituzionale aveva individuato proprio in favore delle autonomie territoriali.
Basti pensare alla materia energetica.
Sebbene la riforma costituzionale del 2001 abbia attribuito l’energia alla competenza concorrente dello Stato e della Regione, la Corte costituzionale ha da tempo sostenuto che lo Stato possa sì disciplinare per intero la materia in presenza di interessi di carattere unitario, ma a condizione che alle Regioni sia lasciata la possibilità di esprimersi sulle scelte energetiche effettuate a Roma attraverso lo strumento dell’intesa. L’intesa della Regione, infatti, si configura come una sorta di compensazione per la “perdita” di competenza dovuta alla decisione dello Stato di attrarre a sé la competenza sulla materia energetica. Con il disegno di legge di revisione costituzionale questa (implicita) garanzia verrà, invece, meno. In questo modo, i progetti energetici potrebbero non richiedere più l’assenso della Regione. Si pensi alla miriade di progetti petroliferi che il Governo ha in serbo di realizzare in Basilicata, in Abruzzo o in Campania: in questi e in altri casi lo Stato farà sicuramente da sé.
A ciò si aggiunga che il disegno di legge licenziato dal Governo stabilisce che persino sulle materie lasciate alla competenza delle Regioni lo Stato possa intervenire in ogni tempo, quando lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o la tutela dell’unità economica della Repubblica o la realizzazione di programmi o di riforme economico-sociali di interesse nazionale. In questo modo, nessuna delle materie di competenza regionale resterà immune dall’intervento statale.
Quello che, in verità, il Governo si propone di fare è depotenziare il ruolo che le autonomie territoriali godono entro il sistema costituzionale della Repubblica. E certamente non già perché – come ha affermato il Presidente Renzi – sia “cambiato il clima nei confronti delle Regioni”, anche “per ciò che è accaduto nel corso di questi anni in ordine ai rimborsi elettorali” (questo argomento non ha pregio semplicemente perché non è un argomento, dato che lo stesso potrebbe dirsi del Parlamento nazionale e, più in generale, di tutti gli organi dello Stato), ma più semplicemente perché  l’attività delle Regioni – intese come “macro Stati che pensano di poter governare tutto” (parole dello stesso Renzi) – sarebbe d’intralcio all’operato del “governo del fare”.
Proposito, questo, reso ancor più grave dal fatto che – come si apprende in questi giorni dai quotidiani – il Governo sarebbe alla spasmodica ricerca di una convergenza sul testo da parte delle forze politiche di opposizione, al fine di evitare che sulla revisione deliberata possa poi richiedersi il referendum costituzionale.
Il livello della discussione pubblica è sconfortante: nessuno sembra chiedersi più come mai la nostra Costituzione ha inteso informare la struttura della Repubblica al principio del decentramento politico-istituzionale. Noi lo vorremmo ricordare con le parole che Carlo Esposito – esimio Maestro del diritto costituzionale – ebbe a pronunciare nel lontano 1954: “la coesistenza nello Stato di questi centri di vita territoriale non costituisce, nella nostra Costituzione, un mero espediente giuridico-amministrativo o un utile strumento di buona legislazione ed amministrazione”. Essi “incidono in profondità sulla struttura interiore dello Stato” e costituiscono “per i cittadini esercizio, espressione, modo d’essere, garanzia di democrazia e di libertà”.


Anna Lucia Bonanni, Enzo Di Salvatore, Domenico Finiguerra, Domenico Gattuso, Roberto Mancini, Ivano Marescotti, Teresa Masciopinto, Daniela Padoan, Roberta Radich, Gigi Richetto